La concretezza del “lavoro intangibile”
La chiamano economia intangibile, poiché trae la propria linfa vitale da professioni molto differenti da quelle classiche, tradizionali o anche solo leggermente più datate, e che a uno sguardo distratto sembrano un po’ fumose: si tratta di lavori di cui poco tempo fa non si sospettava l’esistenza e l’utilità e che, invece, hanno saputo sfruttare particolari congiunture storico-economiche per imporsi e attuare una piccola rivoluzione occupazionale, producendo lavoro e denaro in maniera molto concreta.
La parola magica che unisce il destino lavorativo di molti neolaureati è “comunicazione”, intesa nell’accezione più tecnologica del termine; parlare di talenti intangibili, del resto, appare quanto mai appropriato se ci si riferisce a persone che utilizzano prevalentemente il virtuale (strumenti quali internet e l’informatica tout court) per svolgere le proprie mansioni. Corporate communications, visual marketing, brand positioning, public relations, spindoctorship: ecco alcune delle professioni che, da qualche anno, si sono imposte all’attenzione del difficili mondo del lavoro, e che hanno trovato un terreno particolarmente fertile a Milano.
La percentuale di laureati che hanno trovato lavoro dopo aver studiato in Strategia e comunicazione di marca, moda e design, o in Promozione e management della cultura e del turismo, o ancora in Marketing, consumi e distribuzione commerciale, è considerevolmente più alta di quella riferita a tante altre facoltà: da questi dati la comunicazione applicata alle nuove tecnologie sembra davvero essere la strada più idonea da percorrere per trovare lavoro.





